Challenger, 38 anni dopo: la tragedia che cambiò la NASA

ROMA, 28 Gennaio 2026 – Trentotto anni fa, la mattina del 28 gennaio 1986, il mondo assisteva in diretta televisiva a uno dei disastri più tragici della storia dell’esplorazione spaziale. Lo Space Shuttle Challenger, al suo decimo volo, si disintegrò 73 secondi dopo il decollo dal Kennedy Space Center in Florida, causando la morte di tutti e sette i membri dell’equipaggio. Una combinazione fatale di errori di progettazione, condizioni meteorologiche estreme e una cultura organizzativa difettosa portò alla catastrofe.
La missione STS-51-L e l’equipaggio
La missione STS-51-L, la venticinquesima del programma Shuttle, era particolarmente seguita per la presenza a bordo dell’insegnante Christa McAuliffe, selezionata nell’ambito del progetto “Teacher in Space”. L’equipaggio era composto da professionisti esperti: il comandante Dick Scobee, il pilota Michael J. Smith, gli specialisti di missione Judith Resnik, Ronald McNair ed Ellison Onizuka, e lo specialista del carico Gregory Jarvis. Il lancio, inizialmente previsto per il 22 gennaio, fu rinviato più volte a causa di problemi tecnici e delle insolitamente rigide condizioni meteorologiche in Florida.
La sequenza del disastro e le cause tecniche
Alle 11:38 EST (16:39 UTC), il Challenger decollò. Analisi successive rivelarono che già 0,678 secondi dopo il liftoff, del fumo scuro fuoriusciva da una guarnizione (O-ring) nel segmento inferiore del razzo a propellente solido (SRB) destro. Le temperature notturne, scese ben sotto lo zero, avevano reso la gomma degli O-ring fragile e non elastica, compromettendone la capacità di sigillare la giuntura. Nonostante una temporanea sigillatura creata dagli ossidi di alluminio della combustione, forti raffiche di vento trasversale a circa 58 secondi dal lancio ruppero questo sigillo precario.
Una fiamma di gas incandescenti a circa 2.700 °C iniziò a fuoriuscire, colpendo il serbatoio esterno (ET) contenente idrogeno e ossigeno liquidi. A T+73,124 secondi, la cupola del serbatoio di idrogeno cedette, causando una violenta esplosione (BLEVE) che distrusse la struttura del veicolo. Lo Shuttle, che viaggiava a Mach 1,92 a circa 14.000 metri di quota, fu fatto a pezzi dalle immense forze aerodinamiche.
Fatti Chiave del Disastro
| Aspetto | Dettaglio |
|---|---|
| Data e Ora | 28 Gennaio 1986, 11:38 EST (16:39 UTC) |
| Durata del volo | 73 secondi |
| Altezza dell’incidente | Circa 14.000 metri (46.000 piedi) |
| Velocità | Mach 1.92 (circa 2.350 km/h) |
| Causa tecnica primaria | Fallimento della guarnizione O-ring nel Solid Rocket Booster destro, dovuto alle basse temperature. |
| Temperatura al lancio | Circa 2 °C, ben al di sotto dei 10 °C per cui gli O-ring erano certificati. |
| Equipaggio | 7 membri: Dick Scobee, Michael J. Smith, Judith Resnik, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Gregory Jarvis, Christa McAuliffe. |
| Conseguenze immediate | Sospensione del programma Shuttle per 32 mesi. Ripresa dei voli il 29 settembre 1988 con la missione STS-26 dello Shuttle Discovery. |
Le indagini e l’impatto sulla NASA
La Commissione Rogers, istituita dal Presidente Reagan e composta da figure come il fisico Richard Feynman e l’astronauta Neil Armstrong, identificò non solo un difetto tecnico, ma un fallimento culturale all’interno della NASA. Emerse una pericolosa “febbre da lancio”, una comunicazione carente tra dipartimenti e la sottovalutazione di ripetuti avvertimenti da parte degli ingegneri della Morton Thiokol, il fornitore dei booster. La tragedia costrinse l’agenzia spaziale a una profonda revisione dei protocolli di sicurezza, a un totale ricertificazione dello Shuttle e a un cambio di filosofia gestionale.
Il destino dell’equipaggio
Le indagini stabilirono che la cabina dell’equipaggio rimase intatta durante la disintegrazione iniziale. L’attivazione di tre delle sette riserve di ossigeno di emergenza dimostrò che alcuni astronauti erano ancora coscienti dopo il breakup. La cabina, in caduta libera, impattò l’Oceano Atlantico a una velocità stimata di 333 km/h, un evento non sopravvivenziale. La causa esatta della morte non poté essere determinata con certezza.
Frequently Asked Questions
L’equipaggio del Challenger sapeva cosa stava succedendo?
L’ultima comunicazione registrata dalla cabina, a 73 secondi, fu un “Uh oh” del pilota Michael Smith. È probabile che l’equipaggio abbia avvertito un’anomalia, ma non ebbe il tempo di comprendere la gravità della situazione. Non c’era alcun sistema di fuga utilizzabile in quella fase del volo.
Perché fu dato il via al lancio nonostante il freddo?
La decisione fu il risultato di una complessa dinamica organizzativa. Gli ingegneri della Morton Thiokol avevano espresso forti preoccupazioni la sera prima, ma la loro raccomandazione di non lanciare fu ribaltata sotto pressione manageriale. La NASA, desiderosa di rispettare la tabella di marcia e l’enorme attenzione mediatica sulla “maestra nello spazio”, sottovalutò il rischio.
Qual è l’eredità del disastro del Challenger?
La tragedia segnò una battuta d’arresto ma anche una rinascita. Il programma Shuttle fu fermato per oltre due anni e mezzo e completamente rivisto. La lezione più importante fu culturale: la sicurezza doveva essere la priorità assoluta, al di sopra di qualsiasi pressione politica o di programma. Il ricordo del Challenger, insieme a quello del Columbia (2003), rimane una pietra miliare nella costante ricerca di un equilibrio tra l’audacia dell’esplorazione e l’imperativo di proteggere la vita umana.
